Filologia o fedeltà alla partitura?

Sono due concetti molto diversi ma spesso accomunati, a mio avviso erroneamente. La filologia è la ricostruzione storica di un’esecuzione, con strumenti, prassi esecutive e accordatura il più possibile vicine al periodo storico nel quale il brano è stato scritto. La fedeltà alla partitura invece è il rispetto del segno scritto, di tutte le annotazioni che il compositore ci ha lasciato di suo pugno e che rappresentano il suo testamento musicale, la sua volontà interpretativa rispetto a quel brano.

Il ruolo dell’editore musicale in entrambi i casi è determinante: la ricostruzione di una partitura destinata ad esecutori moderni non è compito facile ed in alcuni malaugurati casi il revisore ha aggiunto, a suo arbitrio, segni non presenti nell’originale.

Gli interpreti spesso scelgono una terza strada, forse più comoda, che è quella di basare la propria interpretazione sulla tradizione o meglio su di un mix di tradizioni che i valorosi interpreti ci hanno lasciato.

Pur non togliendo nulla alla grandezza degli immensi artisti che ci hanno regalato interpretazioni storiche ritengo che il rispetto del compositore debba sempre essere tenuto in considerazione. L’autore ha lasciato il suo volere sulla partitura e, a mio avviso, ritenere un’esecuzione alla stessa stregua di un segno scritto non mi pare corretto nei suoi confronti.

Ritengo anche che la partitura non dovrebbe essere vista come una gabbia che ci impedisce di esprimere le nostre emozioni ma al contrario uno spunto per meglio comprendere il senso della composizione. In molti casi il rispetto di uno staccato, di un’articolazione o di un metronomo aprono mondi interpretativi inaspettati.

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